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DIARIO OLIMPICO 13/Storie di Katie e Petra, regine del pugilato femminile

L’Excel di Londra è un’esplosione verde-Irlanda. Sembra che l’intera isola si sia spostata qui, nell’impianto che ospita la maggior parte degli sport al coperto. L’onda verde è arrivata per sostenere Katie Taylor, 26 anni, campionessa mondiale pesi leggeri di pugilato – e portabandiera irlandese alla cerimonia di apertura – che affronta la semifinale olimpica. Con l’obiettivo di portare a casa una medaglia d’oro. Un curriculum da paura, quello di Katie: quattro ori mondiali, cinque europei e quattro corone di campione Ue, e anche un passato come giocatrice di calcio (ha vestito la maglia della nazionale irlandese) e di football gaelico. Insomma, una vera macchina da guerra. In quanto a combattività, i suoi tifosi non sono da meno. Se n’e’ accorto il Daily Telegraph che, incautamente, ha “cambiato” nazionalità alla Taylor, chiamandola “britannica”. Una gaffe che, comprensibilmente, non e’ piaciuta agli irlandesi. Risultato: le proteste degli Irish sono montate, soprattutto su Twitter, dove il caso e’ diventato “top trend”. Inutile dirlo: il Telegraph e’ stato costretto a scusarsi alla velocità della luce.
Al palazzetto della boxe – gremito – sono presenti anche molti tifosi inglesi, accorsi per sostenere Nicola Adams, la ragazza di Leeds che mira all’oro nei pesi mosca. Ma gli irlandesi, visivamente, sono di più ,e hanno anche l’”applausometro”  dalla loro parte.
La sessione di semifinali (tre categorie di peso) parte con la campionessa del mondo pesi mosca, la cinese Ren Cancan, che regola abbastanza agevolmente l’americana Marlene Esparza. Finisce l’incontro e il palazzetto si scalda: entra l’inglese Nicola Adams, la ragazza del 1982 che ha tirato di boxe la prima volta a 13 anni, ma ce ne ha messi quattro per trovare una seconda avversaria. E’ forte di un argento mondiale, e infatti non tradisce: sospinta dal suo pubblico, batte l’indiana Mery Hmangte, senza dare mai l’impressione di perdere il controllo del match. Il verdetto dice 11 a 6 per la Adams, ma il punteggio le sta addirittura stretto.
La ragazza di Leeds raccoglie gli applausi del pubblico, ringrazia e va, sognando l’oro. Il palazzo è caldo, e diventa bollente all’ingresso di Katie Taylor. La accompagnano cori da stadio e bandiere: l’Excel si trasforma in una provincia irlandese d’oltremare. Katie non può fallire. E infatti non fallisce: lo fa capire fin dalla prima ripresa. La tajika Mavzuna Chorieva assume il ruolo della vittima sacrificale. Lotta, ma la Taylor e’ attualmente la miglior picchiatrice che la boxe femminile dilettanti ha a disposizione, e lo fa capire agevolmente. Alla fine della prima ripresa, l’irlandese conduce 3-1. Durante l’intervallo, il pubblico inizia a intonare “The Fields of Athenry”, la canzone-denuncia sulla tragica carestia irlandese che, a meta’ ’800, dimezzo’ la popolazione dell’isola. Un canto che si sente spesso durante le partite del Celtic Glasgow e della nazionale irlandese. Suona il gong e Katie prende in largo: la sua supremazia non e’ minimamente in discussione. Finché, a fine match, la sua avversaria prova a sparare tutte le cartucce che ha, e Kathie ha un breve momento di difficoltà. E allora ci pensano i suoi tifosi a darle una mano: riparte il canto, coinvolgente, di “The Fields of Athenry”. Katie sembra accorgersene e resiste. Poco prima del gong, la Taylor improvvisa un balletto, stile Mohammed Alì. E il gong pone fine al match. Finisce 17-9, e Katie va in finale: affronterà la russa Sofya Ochigava, che ha battuto la brasiliana Adriana Araujo dopo un match molto tecnico.
Le altre semifinali, quelle dei pesi medi, premiano l’americana Shields, che batte la generosa ma un po’ spigolosa kazaka Volneva, e la russa Topolova, che annienta la cinese Li.
Il palazzetto resta pieno fino alla fine: sono pochi gli irlandesi che se ne vanno a casa dopo l’incontro della favolosa Kathie. Vogliono assistere all’intera riunione. Sembra, quindi, che il pugilato femminile abbia ampiamente passato l’esame, sia come numero di spettatori, sia come tasso tecnico delle atlete. L’esordio ufficiale della boxe donne (diciamo “ufficiale” perché nel 1904, a St Louis, la disciplina era comparsa come sport dimostrativo e mai più riproposta) è stato, dunque, positivo. Salvo eccezioni, le migliori interpreti della boxe dilettanti in gonnella hanno potuto dimostrare il loro valore. Salvo eccezioni, abbiamo detto. Perché c’è stata una grande assente: Petra Janssen van Doorn, peso mosca olandese. La sua storia ha del paradossale. Petra è campionessa del mondo (professionisti) di muai thai (boxe thailandese). Quando il pugilato femminile entra nel programma olimpico, Petra accarezza l’idea di partecipare ai Giochi passando dal kickboxing alla “noble art”. Ma c’è un problema: è professionista. E la boxe è l’unico sport olimpico riservato ai dilettanti. Petra cerca di superare l’ostacolo in tutti i modi: arriva a dichiarare che rinuncerà a proseguire la sua carriera di kickboxer professionista per abbracciare il dilettantismo pugilistico. Ma non c’è nulla da fare: la federazione olandese le oppone un niet. Grottesco: ai Giochi partecipano campioni dai guadagni stellari come Kobe Bryant, Roger Federer, Pato e Usain Bolt, ma Petra – i cui guadagni sono molto, molto minori – non può realizzare il suo sogno olimpico perché e’ stata professionista, oltretutto in un altro sport. Alla fine, mentre la kickboxer medita di ricorrere al Tas (il tribunale di ultima istanza sportiva, che ha sede a Losanna), un grave infortunio la ferma: forse non potrà più salire su un ring. La sua controversia è giocoforza chiusa. Ma il suo caso lascia un quesito aperto: perché non permettere alle kickboxer professioniste di tornare dilettanti per abbracciare il pugilato, disciplina nuova nel panorama olimpico?

Maurizio Giuseppe Montagna

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