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DIARIO OLIMPICO 15/Quella via dimenticata intitolata a Dorando Pietri. La maledizione carioca nel calcio

Lo stadio di White City, teatro dei Giochi Olimpici del 1908, non c’è più. E’ stato demolito nel 1985, con le sue storie, le sue emozioni, i suoi segreti. Di quelle pietre, nessuna traccia: là dove c’era il vecchio stadio, ora c’è una via. Ma un filo sottile collega quella strada al vecchio impianto ormai distrutto: la via si chiama, infatti, Dorando Close. Sì, solo Dorando, senza Pietri, quasi a voler chiamare per nome il maratoneta di Correggio. Come si fa per i parenti, o per gli amici.
Per rappresentare quei giochi, per ricordare quello stadio, è stato dunque scelto lo sfortunato atleta emiliano, che evidentemente è considerato l’uomo simbolo di Londra 1908. Anche se non ha vinto neppure una medaglia. Anche se non compare neppure nell’ordine di arrivo di quella maratona. E’ stato proprio il suo dramma sportivo a sbalzarlo nella storia: tutti ricordano lui, l’uomo a terra a un soffio dal traguardo, pochi conoscono il nome del vincitore. A proposito: voi lo sapete chi ha vinto? Ve lo diciamo noi: l’oro della maratona 1908 e’ stato conquistato dall’americano John Hayes. Che fu poi battuto da Pietri per ben due volte, nel 1908 e nel 1909, in occasione di gare-rivincita organizzate ad hoc. Nel 1948 vinse, invece, l’argentino Delfo Cabrera. Chi si porterà a casa l’oro oggi? Riuscirà Ruggero Pertile a salire sul podio e “vendicare” – sportivamente parlando – la squalifica di Pietri, dopo più di un secolo?
Se White City non esiste più, lo stadio di Wembley – che ospitò i Giochi del 1948 – è vivo e vegeto. Intendiamoci: non è più il “vecchio” Wembley, che è stato demolito e ricostruito con uno stile più adatto al calcio contemporaneo. Ma, nonostante il pesante restyling, è sempre “lui”, uno degli stadi-mito del football mondiale. Proprio a Wembley, ieri, il Brasile ha visto naufragare per l’ennesima volta il suo sogno olimpico. Perché, è bene ricordarlo, la Seleção ha vinto tutto, tranne che l’oro di Olimpia. Due volte ci e’ andata vicina, e ha raggiunto la finale: nel 1984 a Pasadena (Giochi di Los Angeles) si e’ arresa alla Francia (2-0, gol di Brisson e Xuereb), mentre nel 1988, a Seul, ha perso contro l’Urss dopo una drammatica maratona finita ai supplementari (2-1, gol di Romario, Dobrovolskij e Savicev). Ma questa volta la  Seleção non può perdere. Il 26 luglio, i verdeoro sono la squadra da battere, e le loro quote si impennano ancora di più quando escono, una alla volta, le avversarie più temibili (Spagna, Svizzera e Uruguay addirittura nel girone, e l’artificioso “Team Gb”, che e’ poi la nazionale inglese con qualche spruzzo di Galles, ai quarti di finale, ai rigori con la sorpresa-Corea del Sud). In finale, il Brasile si trova il Messico, squadra rognosa e dalla buona difesa, ma molto lontana dalla classe dei verdeoro.
I tifosi brasiliani ci credono alla grande:  sembrano festeggiare già prima della partita. Non siamo ai livelli del 1982, ma poco ci manca, e gli appelli “a non credere che l’oro sia garantito” vengono accolti in modo puramente formale. Un enorme striscione “Torcida canarinho” campeggia all’uscita della stazione di Wembley Park. La gente si ferma a fotografare. Uno stewart con altoparlante – il cui compito è far defluire la gente ed evitare “tappi” – grida: “andate avanti, per favore! Non c’è nulla da vedere!”. Ma i suoi appelli cadono nel vuoto: da vedere c’e’ eccome, una marea di gente che procede verso Wembley, i brasiliani che cantano e ballano, i messicani che suonano – sì, ci sono le orchestrine di mariachi. Nel tragitto tra la metropolitana e lo stadio si vede di tutto: tifosi che cercano biglietti per la finale, e che probabilmente non li troveranno mai, bandiere che sventolano, giornalisti brasiliani che intervistano connazionali già ebbri di un successo annunciato. Maglie verdeoro, ma anche di squadre di club: soprattutto il Flamengo e il Corinthians, campione del Sudamerica proprio nell’anno del suo centenario, che ha visto il club paulista adottare, come terza divisa, la casacca granata del Grande Torino, in ricordo della squadra più forte di sempre. Brasile e Messico entrano in campo: gli spettatori neutrali si aspettano le prodezze di Neymar, Thiago Silva e Marcelo. E invece l’uomo della partita è Oribe Peralta, attaccante di una squadra messicana (il Laguna Santos), che è stato incluso in nazionale come tappabuchi, dopo la rinuncia di Chicharito (che errore madornale, il suo!). Il calcio d’inizio è appena stato battuto, Rafael sbaglia un passaggio indietro, il messicano Fabian intercetta, serve Peralta che si aggiusta il pallone, scocca il tiro e batte Gabriel, non del tutto incolpevole. Messico 1 Brasile 0. Neppure un minuto e i verdeoro sono già sotto. Una doccia fredda per la Seleção, che dallo stato di choc non si riprende più fino all’intervallo. Anche la torcida sembra intorpidita: si sentono le tradizionali percussioni, ma non il tifo. Eppure, tra gli oltre 86 mila di Wembley, prevalgono i supporters del Brasile.
Nel secondo tempo, la Seleção sembra provarci di più, ma si basa essenzialmente su spunti individuali; Pato è in panchina (entrerà al 70′) e Neymar non è incisivo, mentre Thiago Silva è disastroso. Il Messico sembra controllare agevolmente la partita; da un pasticcio difensivo del Brasile arriva una clamorosa traversa in rovesciata di Fabian; poi, su calcio di punizione battuta sempre da Fabian, Peralta svetta di testa e insacca a difesa ferma. 2-0. Il gol della bandiera arriva al recupero, con un diagonale del nuovo entrato Hulk. C’e’ ancora una manciata di secondi per provare un clamoroso riaggancio, ma Oscar spreca di testa un’occasione d’oro. Finisce dopo il rinvio del portiere messicano Corona, la cui lentezza nella ripresa del gioco ha fatto infuriare i brasiliani. Il Messico è campione. Sul lunghissimo podio salgono anche i coreani, vincitori, il giorno precedente, della finale terzo e quarto a Cardiff. A proposito: gli olimpionici messicani e le medaglie di bronzo coreane vengono dal girone B, quello in cui la Svizzera era superfavorita ma ha clamorosamente bucato, totalizzando un solo punto: i rossocrociati possono davvero mangiarsi le mani.
Dopo la cerimonia protocollare, i mariachi escono da Wembley suonando, e si fanno strada tra i verdeoro atterriti. Alla stazione di Wembley Park, un gruppo di brasiliani canta l’inno nazionale ritrovando l’orgoglio. Ma sono i messicani a festeggiare: a Wembley, a Westminster, per tutta Londra. Per il calcio messicano è forse la giornata più importante di sempre, e i tifosi con sombrero e poncho lo sanno bene. “Football came home”, il calcio è tornato a casa sua, l’Inghilterra. Ma l’oro olimpico è volato verso lo stadio Azteca. Un altro stadio che ha fatto la storia.

Maurizio Giuseppe Montagna

Si ringrazia il Centro di Documentazione del Museo Nazionale dell’Automobile per la messa a disposizione della foto

 Fonte immagine: La Stampa Sportiva

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Editoriale

Musei e hall of fame, luoghi della memoria dello sport

Musei e hall of fame, luoghi della memoria dello sport

Dopo aver trattato dei Giochi Olimpici e delle Paralimpiadi siamo arrivati al terzo mese di attività del nostro Scs Magazine. Nel numero di ottobre parleremo dei luoghi della memoria dello sport: i musei e le hall of fame. Entrambe sono strutture che uniscono il lato storico, sociale e culturale degli eventi e delle società sportive. Nella prima categoria sono iMusei e hall of fame, luoghi della memoria dello sport

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