Categoria | In primo piano

DIARIO OLIMPICO 16/Chiusura dei Giochi: chiamale se vuoi, emozioni

I Giochi Olimpici sono chiusi. Appuntamento a Rio, fra quattro anni, in un inverno carioca che non sara’ tanto differente dall’estate inglese. Londra oggi non e’ diversa da tutte le città olimpiche “il giorno dopo”. Alcuni sportivi sono tornati a casa, altri restano ancora un po’. Si vedono ancora sciami di persone con bandiere, magliette o cappellini; il materiale ufficiale impera nei negozi; i cartelli olimpici sono dappertutto. Sembrerebbe di essere ancora nel pieno dei Giochi. Ma anche l’osservatore disattento e’ in grado di accorgersi che qualcosa e’ cambiato. L’euforia che si percepiva “a fiamma accesa”, ora sembra aver lasciato spazio a una gentile malinconia. Quel sottile velo di tristezza che arriva, silenzioso, quando un evento irripetibile come i Giochi Olimpici viene consegnato agli annali. La fiaccola che viaggia in città arriva festante e rumorosa, e fa sbocciare l’atmosfera speciale caricata dall’attesa. La nostalgia, invece, inizia a posarsi, come polline, già l’ultimo giorno dei Giochi, silenziosamente, come la neve. Tu chiamale, se vuoi, emozioni.

Tutti hanno ancora negli occhi l’ultima giornata dei Giochi: le ultime immagini di qualcosa di bello restano sempre particolarmente impresse. Prima la maratona, vinta dall’ugandese Kiprotich, che ha lasciato dietro i keniani; poi le finali degli sport di squadra, che hanno premiato i Bleus nella pallamano, gli Usa nel basket (ma che Spagna!) e la Croazia di Ratko  Rudić, a scapito del Settebello dell’”allievo” Campagna. E poi la consapevolezza che le gare sono finite. Un senso improvviso di malinconia.
Tu chiamale, se vuoi, emozioni. Noi ne descriviamo due, entrambe catturate a Westminster. La prima verso mezzogiorno, in piena maratona. Sul marciapiede opposto al Big Ben, appena un po’ oltre il campanile, c’e’ un gruppo di donne sud-sudanesi, imbandierate. Festeggiano i Giochi Olimpici e la libertà appena conquistata intonando canzoni popolari della loro terra lontana. Ritornelli che si ripetono e si ripetono ancora, e coinvolgono gli altri spettatori – anche dall’altra parte della strada – che battono le mani con le donne sud-sudanesi. Qualcuno si unisce al coro, cercando di ripetere le parole, anche senza comprenderne il significato. A un certo punto arriva Guor Marial, l’unico maratoneta sud-sudanese in gara. Le vede. Passa vicino a loro, le guarda e le saluta con un gesto plateale. Le donne vanno in delirio, e non solo loro. Vale la pena di scrivere due righe sulla storia di Marial: nato nel 1984, scappa dalla sua terra all’eta’ di otto anni. E’ in corso la guerra civile sudanese, e la repressione del regime di Khartoum e’ spietata. La famiglia di Guol viene decimata, otto suoi fratelli muoiono durante il conflitto. Lui, invece, riesce a raggiungere l’Egitto prima e gli Stati Uniti poi. Qui arriva come rifugiato, e nel tempo riesce a prendere la residenza. Chiede la cittadinanza e ci arriva a un soffio. Ma un ritardo burocratico rinvia l’ottenimento del passaporto americano a dopo i Giochi. Marial non può, dunque, correre per gli Stati Uniti, e il comitato olimpico sud-sudanese non e’ ancora riconosciuto dal Cio: il suo sogno olimpico rischia dunque di svanire. A questo punto, e’ il comitato olimpico del Sudan, l’antico dominatore, a offrirgli un posto per Londra. Ma lui declina.
Afferma che non sarebbe giusto rappresentare il paese che lo ha costretto a scappare. Aggiunge che correre per il Sudan sarebbe come tradire il suo popolo. “Disonorerei i due milioni di persone che sono morte per la nostra libertà”, afferma. A pochi giorni dalla Cerimonia di apertura, il Cio gli da’ il permesso di partecipare ai Giochi come atleta indipendente, sotto la bandiera olimpica. E lui coglie l’occasione al volo. Dopo aver idealmente abbracciato quel popolo che si e’ rifiutato di tradire, il maratoneta sud-sudanese sotto la bandiera olimpica finisce al 47esimo posto. Ma la sua partecipazione, proprio come il modo in cui e’ maturata, vale davvero un primo posto sul podio. Un oro alla fermezza e alla dignità.
Seconda emozione. Casa Italia, tardo pomeriggio. C’e’ molta gente. Entra Mastrangelo e subito scattano gli applausi. Con lui c’e’ anche Berruto, ma lo vedono solo le prime file. Pero’ lui si fa notare: alza una sciarpa granata, che riporta un messaggio eloquente: “Forza Toro”. Berruto e’ un vecchio cuore granata, e il suo gesto e’ salutato da qualche grido entusiastico. “Forza Toro!”, risuona per Casa Italia. Tu chiamale, se vuoi, emozioni.
La chiusura dei Giochi e’ anche tempo di bilanci. Quali saranno, tra i protagonisti olimpici, quelli che lasceranno un ricordo più profondo della grande manifestazione londinese? Qualche nome su tutti: il nuotatore Michael Phelps, che ha stracciato tutti i record in quanto a medaglie conquistate; Usain Bolt, il lampo della velocità e il re dell’atletica leggera (ma non dimentichiamo Mo Farah, trionfatore nei 5 e nei 10mila); Chris Hoy, il pistard polivalente e plurimedagliato; la fiorettista Elisa Di Francisca, oro individuale e a squadre;
Serena Williams, che ha vinto, sull’erba di Wimbledon, singolare e doppio; i nuotatori Missy Franklin e Yannick Agnel, e il judoka Teddy Riner, classe 1989, oro nella categoria +100 kg, che alla sua eta’ aveva già al suo attivo sei mondiali vinti. E poi le squadre di hockey della Germania (uomini) e dell’Olanda (donne), nonché il Messico pallonaro, guidato da un grande Oribe Peralta, che da travet dell’attacco si e’ trasformato in eroe olimpico. E due guerriere del ring: l’inglese Nicola Adams, che passera’ alla storia per aver conquistato il primo oro olimpico della boxe in gonnella, e l’irlandese Katie Holmes: con i Giochi ha completato una carriera piena di medaglie d’oro, che a confronto Paperon de’ Paperoni e’ un cercatore sfortunato del Klondike.
E poi la canoista Josefa Idem, grande quinto posto a 47 anni (inciso: la apprezziamo moltissimo come atleta, meno quando si mette a parlare di politica). E il fenomenale cavaliere giapponese Hiroshi Hoketsu, finalista nel dressage a 71 anni (spera di esserci anche a Rio: lo speriamo anche noi!).
Chissà quanti protagonisti ci siamo scordati di citare: moltissimi! Ma non ci dimentichiamo certo di quelle 70mila “medaglie d’oro” che hanno aiutato atleti, spettatori e media in questi giorni, quei campioni senza i quali i Giochi Olimpici non potrebbero essere neppure disputati. Parliamo dei volontari, che svolgono le mansioni più diverse nell’ambito olimpico. C’e’ chi accoglie gli ospiti della città in aeroporto e in stazione, distribuendo cartine e depliant; chi fornisce informazioni in città; chi, con simpatiche manone di gommapiuma, indica la via degli impianti; chi prende le barelle per trasportare gli atleti infortunati; chi svolge, all’oscuro dei riflettori, lavori amministrativi; chi segue uno o più atleti dall’inizio alla fine dei giochi. Fanno anche piccoli favori personali, come scattare una fotografia agli spettatori, e sorridono sempre. Li chiamano “games maker”, e hanno ragione: tutti e 70 mila meritano una medaglia d’oro olimpica. Anzi: l’hanno virtualmente conquistata: i Giochi, per molti aficionados, hanno gli occhi allegri e spensierati dei volunteers.
Arrivederci a Rio, dunque? No, non ancora. Arrivederci a Londra, piuttosto. Perché fra non molto inizierà il secondo round dei Giochi Olimpici, e cioè le Paralimpiadi, dedicate agli atleti diversamente abili. In quanto a importanza, la kermesse paralimpica e’ uguale in tutto e per tutto a quella olimpica. Atleti duri e tosti, che hanno dovuto superare un ostacolo in più per diventare grandi, e ora si preparano alla gloria di Olimpia. Le Paralimpiadi non sono che la seconda puntata dei Giochi Olimpici, e i londinesi lo sanno bene: per questa scadenza si sono venduti già più di 2 milioni di biglietti – un vero record – e altri se ne venderanno in questi giorni. Non si raggiungeranno gli oltre 6 milioni di spettatori che hanno acquistato almeno un tagliando olimpico, ma la Paralimpiade 2012 rappresenterà, comunque, un punto di svolta. Avrà un tale impatto mediatico che nulla sara’ più come prima. Tra le strade di Londra i Giochi sono più presenti che mai, e la tristezza post-olimpica e’, in fondo, passeggera. Non siamo al fischio finale: siamo solo alla fine del primo tempo. Il secondo, ne siamo certi, sara’ altrettanto emozionante. E allora… Arrivederci a Londra!

Maurizio Giuseppe Montagna

Ad Code

Editoriale

Musei e hall of fame, luoghi della memoria dello sport

Musei e hall of fame, luoghi della memoria dello sport

Dopo aver trattato dei Giochi Olimpici e delle Paralimpiadi siamo arrivati al terzo mese di attività del nostro Scs Magazine. Nel numero di ottobre parleremo dei luoghi della memoria dello sport: i musei e le hall of fame. Entrambe sono strutture che uniscono il lato storico, sociale e culturale degli eventi e delle società sportive. Nella prima categoria sono iMusei e hall of fame, luoghi della memoria dello sport

Ad Codes Widget

Ad Code