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Dieci memorabili maratone

La medaglia d’oro nella maratona è una delle più importanti che vengano assegnate in tutte le discipline di tutti gli sports dei Giochi Olimpici. Essa prende il nome dal luogo di partenza dell’ultima corsa nel 490 a.C. del soldato Filippide, che, già stremato dall’essere corso fino a Sparta per chiedere aiuto per la battaglia contro i Persiani del Gran Re Dario I e dall’avere in essa combattuta, morì subito dopo aver dato ai concittadini ateniesi la notizia della vittoria greca. Fu l’insigne filologo e storico della Grecia antica Michel Bréal, docente della Sorbonne di Parigi a chiedere all’amico Pierre de Coubertin di inserire nei primi Giochi Olimpici una gara che si ricollegasse alla storia dell’Ellade antica e il barone parigino inventò quella competizione. La gara si è prestata nel corso del tempo a un’evoluzione tecnica, al sempre più largo coinvolgimento di praticanti (si pensi, in primis, alle donne) e al suo inserimento in manifestazioni di vario genere. Tra i principali problemi ci sono quelli della non perfetta controllabilità del percorso e del comportamento degli spettatori e il ricorso all’uso di stimolanti illeciti: il primo e l’ultimo sono stati sostanzialmente risolti con il passare del tempo, il secondo no.

La rassegna di dieci memorabili maratone olimpiche che seguirà prende in considerazione, oltre a straordinarie prestazioni sportive, episodi al limite dell’incredibile, che, per il fatto di evidenziare quei problemi, sono entrati nelle leggende olimpiche.

Atene 1896 «Era bene» che la prima maratona olimpica fosse vinta da un appartenente alla stirpe di Filippide e così fu. A tagliare per primo il traguardo nel marmoreo Stadio “Panathinaiko” di Atene è Spyridion Louis in 2h58’50’’. Il suo giro di pista viene salutato dall’entusiasmo dei settantamila greci sugli spalti, tra i quali due principi, quello ereditario Costantino e il fratello Giorgio, della casa reale ellenica1, che si precipitano sulla pista per accompagnare negli ultimi metri il trionfatore. Louis diventerà un eroe nazionale greco e quarant’anni dopo, vestito con l’abbigliamento folcloristico con gilet rosso e gonnellino bianco della maratona del 10 aprile 1896, sarà presente all’“Olympiastadion” di Berlino alla cerimonia inaugurale dei Giochi Olimpici, quella della prima accensione della fiaccola giunta con una staffetta da Olimpia, consegnando in quell’occasione al Führer Adolf Hitler un ramoscello d’ulivo che gli aveva dato il presidente del Comitato Olimpico Internazionale, il conte belga Henri de Baillet Latour2. È noto il caso del maratoneta di Origgio, nel Varesotto, Carlo Airoldi, che, dopo aver coperto la distanza da Milano ad Atene quasi esclusivamente con le proprie gambe, non venne accettato, perché accusato di aver ricevuto in precedenza qualche compenso in denaro. Non altrettanto note sono le sue dichiarazioni al ritorno a Milano quando non solo riferì a La Gazzetta dello Sport della sua amarezza per l’esclusione (che aveva tolto di mezzo un pericoloso avversario dei maratoneti greci), ma informò addirittura di aver saputo che un concorrente francese (Albin Lermusiaux) che aveva distanziato durante la gara quello che ne sarebbe stato il vincitore era stato ridotto a più miti consigli nell’attraversamento di un paese dall’aggressione di un prete che lo aveva afferrato per il collo3!

Parigi 1900 Il «fattore campo» valse anche nell’edizione successiva, compensando la Francia, anche se con un diverso maratoneta rispetto a quello aggredito quattro anni prima, del torto subito. Il panettiere di Parigi Michel Théato impiega 55’’ più di Louis a vincere la maratona (con un tempo di ben 33’ superiore alla migliore prestazione assoluta fatta registrare in quel periodo dal professionista inglese Leonard Hurst), in una strana gara, iniziata alle ore 15,30 del 19 luglio con 39°C, alla quale partecipano altri suoi sei connazionali, cinque statunitensi, quattro inglesi, due svedesi (tra cui lo svedese Faft, in testa fino al 30° – quando viene depistato sulle indicazioni di percorso da un vigile che pochi giorni dopo per il rimorso si sarebbe suicidato – dei 40,260 km., su cui si snoda la corsa) un boemo e un italiano (il milanese Emilio Banfi) e in cui i tre giri finali sulla pista in erba rasata da 500 m. dello “Stadio del Racing” al Bois de Boulogne sono accompagnati dal suono degli inni nazionali dei Paesi rappresentati4; poi non c’è alcuna premiazione; il vincitore, sospettato, per le condizioni invidiabili con cui ha tagliato il traguardo, di aver preso delle scorciatoie, verrà informato solamente dodici anni dopo di figurare nel novero dei campioni olimpici, ancora nel 1920 il settimo classificato, lo statunitense Dick Grant, reclamerà la medaglia d’oro, sostenendo di essere stato gettato a terra da un ciclista, mentre stava sorpassando Théato, e agli inizi degli anni Novanta lo storico dell’atletica Alain Bouillé scoprirà che il vincitore era nato nel Granducato del Lussemburgo (dove aveva vissuto fino ai dodici anni), a cui, peraltro, non è stata riconosciuto l’alloro.

Saint Louis 1904 La più inverosimile maratona si corse mercoledì 30 agosto a Saint Louis. Ad aggiudicarsi la medaglia d’oro sarà l’inglese naturalizzato statunitense Tom Hicks con la peggiore prestazione olimpica di un vincitore nella specialità (3h28’53’’), ma il vero protagonista è un fondista newyorkese di origini tedesche, Fred Lorz, che, dopo essere prima andato in fuga in poco frequentate e polverose strade di campagna e poi essere stato colto da una crisi, ha comodamente percorso circa 10 miglia (cioè 16 km.) a bordo di un carretto. L’illecito riposo e l’incremento del vantaggio sugli inseguitori gli hanno consentito di entrare in beata solitudine per primo al “Francis Field Stadium”, dove sogna di posare per i fotografi negli indebiti panni del vincitore della gara con tanto di bacio di Alice Roosevelt, figlia del presidente degli Stati Uniti d’America, Theodore. Hicks, che non è neanche lui uno «stinco di santo», visto che «si è aiutato» con un rudimentale doping a base di bianco d’uovo e stricnina, presenta reclamo ed ottiene la medaglia d’oro, mentre Lorz, si salva dalla squalifica a vita che gli era stata inizialmente comminata, giustificando la sua slealtà come nulla più che uno scherzo.

Londra 1908 Molto più drammatica fu la maratona di quattro anni dopo, a Londra, che in comune con quella precedente ebbe che il vincitore fu il secondo atleta a tagliare il traguardo e forse l’uso dell’illecito cocktail di bianco d’uovo e stricnina da parte dell’italiano Dorando Pietri, la cui vicenda è diventata una tra le più note delle Olimpiadi, cosa che non sarebbe accaduto se si fosse aggiudicato quella vittoria che era ormai in suo pugno. Fatali al podista carpigiano sono quei 352 metri finali (che in un autentico calvario agonistico impiega poco meno di dieci minuti a percorrere), aggiunti per far assistere in quell’afosa domenica 26 luglio la famiglia reale tanto alla partenza, il cui segnale è dato dalla regina britannica Alessandra alle 14,33 al Castello di Windsor, quanto all’arrivo sotto il palco reale nello “Sheperd’s Bush Stadium” londinese. La gara ha così quella misura poi ufficialmente stabilita nel 1921 di 42.195 metri. Pietri è giudizioso nella sua tattica di gara fino al momento dell’affiancamento, durato tre miglia, e del sorpasso, dopo ripetuti scatti, al 38° km., del battistrada, il sudafricano Charles Heffron, dopodichè, tradito da un’errata indicazione (quella che mancasse un miglio e mezzo5 al termine anziché quattro chilometri) da lui richiesta6, non sa amministrare le forze e desideroso di vivere il più presto possibile l’ebbrezza della vittoria olimpica, si presenta all’interno dello stadio (il fondo molle della pista del quale costituisce per lui, che aveva corso sul duro selciato londinese, un’ulteriore grave difficoltà7), dove dal pubblico, che ha capito il suo dramma umano, viene incitato (qualche spettatore entra addirittura sulla pista), come se fosse appena uscito ubriaco fradicio da un pub. Sostenuto dai giudici, uno dei quali, sir Arthur Conan Doyle (l’inventore del celebre detective Sherlock Holmes), scriverà un’accorata lettera al Daily Mail, paragonandolo per la sua forza d’animo ai limiti delle possibilità umane a un gladiatore del Colosseo dell’antica Roma e promuovendo in suo favore una sottoscrizione, aperta da lui con una donazione di 125 sterline8, Pietri è, in maniera palesemente irregolare, primo con 32’’ secondi di vantaggio (era entrato allo stadio sei minuti prima del rivale) rispetto allo statunitense John Hayes, che fa registrare con 2h55’28’’ la miglior prestazione di un vincitore della maratona nelle prime quattro edizioni olimpiche. Commossa dalla scena a cui ha assistito, la regina Alessandra donerà una coppa d’oro (in luogo dell’aurea medaglia) al «vincitore morale» della gara.

Londra 1948 Quarant’anni dopo le Olimpiadi si disputarono nuovamente a Londra (nel 2012 sarà la prima città ad averne ospitate tre). Il fantasma di Dorando Pietri, deceduto sei anni prima, aleggia ancor prima della disputa della maratona nella figura di un impostore, che, millantando un’inverosimile fratellanza naturale, afferma di essere lui il «vincitore morale» del 1908 e riesce quasi ad essere invitato ufficialmente alla partenza della gara, che avviene, come l’arrivo, sulla pista dell’“Empire Wembley Stadium”. A rivivere il dramma del maratoneta carpigiano sarà questa volta il belga Etienne Gailly, che entra per primo nello stadio affollato da centomila spettatori (circa seicentomila hanno seguito la corsa sulle strade), ormai stremato, tanto da barcollare e stramazzare al suolo dopo aver tagliato il traguardo al terzo posto (con il tempo di 2h35’33’’) alle spalle dell’argentino Delfo Cabrera, vincitore in 2h34’51’’ e del britannico Tom Richards, medaglia d’argento con 2h34’51’’9.

Helsinki 1952 Domenica 20 luglio il cecoslovacco Emil Zatopek si era aggiudicato con 29’17’’ la medaglia d’oro nei 10.000 metri e quattro giorni dopo aveva concesso il bis nei 5.000 con 14’06’’. L’ormai trentenne fuoriclasse boemo decide di tentare il 27 luglio un’impresa mai riuscita (e finora senza precedenti): quella di vincere nella stessa olimpiade tutte e tre le medaglie d’oro nelle gare di fondo. I suoi innovativi metodi di allenamento gli permettono alla prima maratona della sua vita di impostare la gara su strada come è abituato in pista: stroncare con il proprio ritmo la resistenza degli avversari. Zatopek entra nella leggenda olimpica, stabilendo con 2h23’03’’ la miglior prestazione olimpica e surclassando i suoi due compagni di podio, l’argentino Reinaldo Corno (2h25’35’’), che si è guadagnato la medaglia d’argento con un ottimo finale, e lo svedese Gustaf Nils Jansson (2h26’07’’), che è riuscito a tenere il passo del cecoslovacco fino al 25° km circa10.

Roma 1960 Nella penombra (l’ora legale non fu in vigore in Italia dal 1949 al 1965) del secondo sabato (il 9) del settembre 1960, che era l’ultimo dell’olimpiade romana, trionfò un ventottenne atleta etiope, Bikila (nome) Abebe (cognome), all’epoca sconosciuto al grande pubblico, ma capace quattro anni dopo di bissare – primo a farlo – il successo olimpico nella maratona di Tokyo (solamente il tedesco orientale Waldemar Cierpinski avrebbe poi ottenuto due vittorie olimpiche nella gara più lunga dell’atletica leggera a Montreal nel 1976 e a Mosca nel 1980). Il soldato semplice dell’esercito etiope corse, a differenza di quanto faceva in patria e di quanto avrebbe fatto quattro anni dopo, scalzo non (come molti hanno pensato) perché proveniente da una realtà a contatto con la natura, ma per non sottoporre sul duro selciato romano (la corsa partì alle 17,30 dal Campidoglio e, dopo essersi snodata sull’Appia Antica, si concluse in prossimità dell’Arco di Costantino) i suoi piedi a un insopportabile supplizio11. Dopo aver fatto il vuoto con il marocchino Abdesieni Radi, Abebe è in grado di imprimere nel finale una cadenza insostenibile per il compagno di fuga, che, distanziato di 25’’, si aggiudica la medaglia d’argento con 2h15’41’’12. La fiaccolata che saluta la vittoria di Abebe, il quale conclude la sua corsa a seicento metri in linea d’aria dalla stele di Axum (preda di guerra restituita solo nel 2008 all’Etiopia), sembra una nemesi storica di quella che nella Città Eterna il 9 maggio 1936 aveva celebrato in piazza Venezia la capitolazione di Addis Abeba e la proclamazione mussoliniana dell’Impero, quando il futuro trionfatore della maratona romana aveva solamente quattro anni.

Los Angeles 1984 La grande novità nell’atletica leggera dei Giochi Olimpici di Los Angeles fu rappresentata dall’inserimento nel programma femminile (che solo quattro anni dopo avrebbe visto disputare la gara dei 10.000 metri) della maratona. I favori del pronostico andavano alla norvegese Ingrid Kristiansen (sarà solamente quarta), che aveva fatto registrare la miglior prestazione dell’anno con 2h31’04’’, mentre la «padrona di casa» Joan Benoit Samuelson (discendente da una famiglia francese che era andata prima in Canada e poi nel Maine), pur essendo la detentrice della miglior prestazione assoluta (con 2h22’43’’), veniva inserita tra le outsiders, anche in considerazione del fatto che le era stato asportato un menisco il 23 aprile. La partenza della gara è programmata alle ore 8 di domenica 4 agosto per diminuire il disagio del caldo e dello smog alle atlete. La Benoit Samuelson impone fin dalla partenza un ritmo insostenibile per le avversarie alla corsa, che, a dispetto dell’insolito orario, è seguita da milioni di spettatori lungo le strade e da centomila al “Los Angeles Coliseum”. Al trionfo della statunitense, che mai ha avuto un cedimento ed ha concluso in 2h24’52’’, fa da contraltare, una ventina di minuti dopo, il dramma dell’elvetica (residente negli Stati Uniti d’America, dove fa la maestra di sci a Sun Valley, nell’Idaho) Gabriela Andersen-Scheiss (classificatasi 37a), le drammatiche immagini dello zig-zagante arrivo con tremebondi passi sulla pista (per un eccesso di calore del corpo) della quale fanno il giro del mondo, con i telespettatori che tirano un sospiro di sollievo quando la vedono cadere, appena tagliato il traguardo, tra le braccia di tre soccorritori13.

Seul 1988 Domenica 2 ottobre 1988 è una data storica per l’atletica leggera italiana, visto che quel giorno un italiano, Gelindo Bordin, vinse per la prima volta la maratona alle Olimpiadi. Il geometra di Longare, un paese in provincia di Vicenza, non sbaglia i suoi calcoli e riesce a staccare i suoi due compagni di fuga, che, a differenza sua, nel finale hanno prima alzato il ritmo e poi pagato lo sforzo14. Al 38° km. il ventinovenne atleta veneto sembra spacciato, visto che ha perso contatto per l’accelerazione del gibutiano Ahmed Saleh, che due chilometri dopo vanta un vantaggio su di lui di 40’’ e sul keniota Douglas Wakihuri di 20’’. Le gambe dei due battistrada iniziano ad appesantirsi e Bordin potrà inginocchiarsi a baciare la terra, dopo il vittorioso arrivo in 2h10’32’’ con 15’’ di vantaggio su Wakihuri e 27’’ su Saleh15.

Atene 2004 Il brasiliano Vanderlei de Lima, in fuga da metà corsa, ha al 35° km. circa 45’’ di vantaggio su Stefano Baldini, venticinquenne reggiano di Castelnuovo di Sotto, quando viene aggredito dall’ex sacerdote irlandese Cornelius Neil Horan, che ha così sommato i tre colori della bandiera del suo Paese: gilet e calze verdi, maniche della camicia di colore bianco come il cartellone sulle spalle recante la scritta “Leggete la Bibbia!” e gonnellino arancione! Il sudamericano (che si classificherà terzo), quando riparte, perde il ritmo della corsa e non sa resistere alla rimonta di Stefano Baldini, che corre l’ultimo tratto a più di 20 km. all’ora e in 2h10’55’’ chiude nello stesso stadio (il “Panathinaiko”) che aveva visto trionfare 108 anni prima Spyridion Louis (… anche lui con l’aiuto di un sacerdote mentalmente squilibrato). Alla vittoria di Baldini assiste il Presidente della Repubblica Italiana, Carlo Azeglio Ciampi, che alcuni mesi prima gli aveva consegnato la fiaccola olimpica per i Giuochi Olimpici Invernali di Torino.

Stefano Massa

 

PER SAPERNE DI PIU’

1 Camillo Viglino Il lancio Ellenico del disco I. Come sorse la questione del lancio Ellenico del disco, da La Stampa Sportiva, Torino, Domenica 19 Marzo 1922, Anno XXI – N. 12, pag. 9

2 Luigi Ferrario In una cornice di austera grandiosità si è aperta a Berlino l’XI Olimpiade, da La “Gazzetta„ della Domenica, Milano, Domenica 2 Agosto 1936, Anno XIV – N. 32 (PRIMA EDIZIONE), pag. 1

3 Anonimo Airoldi Carlo, da La Gazzetta dello Sport, Milano, Giovedì 30 Aprile 1896, Anno II. – N. 9, pag. 1

4 Anonimo La gran corsa pedestre «Maratona». La vittoria di Théato, da La Stampa/La Gazzetta Piemontese, Torino, Venerdì 20 Luglio 1900, ANNO XXXIV – N. 199, pag. 2

10 Anonimo La IV Olimpiade Internazionale. Londra 1908. La maratona podistica, da La Gazzetta dello Sport, Milano, Lunedì 27 Luglio 1908, Anno XIV – N. 63, pag. 3

6 e 7 Mario Fumagalli Gli Italiani alle Olimpiadi, da Lettura Sportiva, Milano, Domenica 2 Agosto 1908, Anno IV – N. 31, pag. 503; in questo articolo si sostiene che Pietri ebbe l’errata indicazione che mancasse solamente un miglio all’arrivo

8 Anonimo L’elogio di sir A. Conan-Doyle a Dorando Pietri, da La Stampa Sportiva, Torino, Domenica 2 Agosto 1908, Anno VII – N. 31, pag. 9 (vengono citati stralci della lettera spedita dallo scrittore al Daily Mail; si è ritenuto che la cifra indicata da lui offerta non sia corrispondente al cambio dell’epoca tra sterlina e lira, ma che con 125 lire si siano volute indicare le sterline).

9 Vittorio Pozzo Finale drammatico della maratona olimpica, da La Nuova Stampa, Torino, Domenica 8 Agosto 1948, Anno IV – N. 177, pag. 3; giovedì 5 agosto l’autore dell’articolo aveva guidato dalla panchina allo stadio dell’Arsenal di “Highbury” nella capitale britannica per l’ultima volta la Nazionale Italiana di calcio sconfitta nei Quarti di Finale dalla Danimarca, che si sarebbe poi aggiudicata la medaglia di bronzo.

10 Pasquale Stassano Così “Emil” nella maratona, da La Gazzetta dello Sport, Milano, Lunedì 28 Luglio 1952, ANNO 56 – N. 177, pag. 5

11 Bruno Raschi Bekila Abebe, soldato semplice, da La Gazzetta Sportiva, Milano, Domenica 11 Settembre 1960, ANNO XX – N. 37, pag. 6

12 Gian Maria Dossena L’etiopico Abebe Bekila nella maratona, da La Gazzetta Sportiva, Milano, Domenica 11 Settembre 1960, ANNO XX – N. 37, pagg. 1, 6

13 Paolo Bugialli Una maratoneta svizzera ha fatto rivivere il dramma di Dorando Pietri. Un’americana nella galleria degli eroi della fatica ha macinato le rivali con la forza di un bulldozer, da Corriere della Sera del lunedì, Milano, Lunedì 5 Agosto 1984, Anno 23 – N. 31, pag. 10

14 Vittorio Feltri Tanti occhi a mandorla e un urlo «Talia-Talia»: lo spettacolo della fatica per le api lavoratrici, da Corriere della Sera del lunedì, Milano, Lunedì 3 Ottobre 1988, Anno 27 – N. 37, pag. 11

15 Franco Fava La cena in ambasciata rimandata per la pipì, da Corriere della Sera del lunedì, Milano, Lunedì 3 Ottobre 1988, Anno 27 – N. 37, pag. 11

 Si ringrazia il Centro di Documentazione del Museo Nazionale dell’Automobile per la messa a disposizione delle fonti  

 Fonte immagini : La Stampa Sportiva

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Editoriale

Musei e hall of fame, luoghi della memoria dello sport

Musei e hall of fame, luoghi della memoria dello sport

Dopo aver trattato dei Giochi Olimpici e delle Paralimpiadi siamo arrivati al terzo mese di attività del nostro Scs Magazine. Nel numero di ottobre parleremo dei luoghi della memoria dello sport: i musei e le hall of fame. Entrambe sono strutture che uniscono il lato storico, sociale e culturale degli eventi e delle società sportive. Nella prima categoria sono iMusei e hall of fame, luoghi della memoria dello sport

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