Gli azzurri alle Olimpiadi: da Stoccolma 1912 all’oro di Berlino nel 1936

Com’è noto la Nazionale italiana Under 21 non ha partecipato al torneo di calcio dei Giochi Olimpici di Londra della scorsa estate. Gli azzurri furono eliminati nei play off di accesso alla fase finale del Campionato europeo di categoria, valido anche per l’ammissioni alle Olimpiadi, da un illustre carneade, la Bielorussia, che è andato ad arricchire la galleria delle spiacevoli sorprese subite purtroppo in tanti anni di storia. Dopo aver perso per 2-0 (gol di Destro e Okaka) l’8 ottobre 2010 a Rieti, quattro giorni dopo la formazione slava eliminò la squadra guidata dal ct Ciro Ferrara. Dopo i primi cinque minuti la squadra italiana, espressione del campionato più bello e più pagato al mondo, era già sotto di due gol: nel primo tempo supplementare arriva sui piedi di Veretilo il pallone dell’eliminazione. Risultato finale 3-0 e tutti a casa: niente accesso ai Giochi dopo sette edizioni consecutive. La Bielorussia arriverà terza nel Campionato e si qualificherà per Londra.

E’ l’occasione per parlare della storia della nostra Nazionale nel torneo a cinque cerchi: storia caratterizzata forse più da ombre che da luci. Basti pensare che ha conquistato tre sole medaglie: un bronzo ad Amsterdam nel 1928, poi l’unico oro a Berlino nel 1936. L’ultima medaglia conquistata è un bronzo ad Atene, arrivato ben 68 anni dopo l’alloro in terra tedesca. La storia azzurra riguarda soltanto gli uomini: le donne non sono mai riuscite a giungere alla fase finale dei Giochi.

 

I PRIMORDI FINO ALL’IMMEDIATO PRIMO DOPOGUERRA

La prima partecipazione dell’Italia (o meglio: del Regno d’Italia) è ai Giochi di Stoccolma nel 1912. Un’avventura tutta da dimenticare: gli azzurri furono battuti nel turno di qualificazione per 3-2 nei tempi supplementari dalla Finlandia che non era certo una potenza calcistica: i nordici facevano ancora parte dell’Impero Russo, ma parteciparono ai Giochi con una propria squadra. Il ct era Vittorio Pozzo, futuro trionfatore ai mondiali del 1934 e del 1938. Eppure la squadra italiana non era di scarso valore: giocavano campioni come Celeste Andrea Sardi dell’Andrea Doria (passato poi al Genoa e squalificato per l’accusa di professionismo) e Franco Bontadini dell’Inter, autori dei due gol, Renzo De Vecchi detto “il figlio di Dio” dai tifosi del Milan, oltre a Angelo Binaschi e Giuseppe Milano tesserati per la Pro Vercelli che conquisterà pochi mesi dopo lo scudetto.

Passata la bufera della Prima Guerra Mondiale si giunge all’edizione di Anversa nel 1920. L’Italia del ct Giuseppe Milano batte 2-1 l’Egitto con reti di Adolfo Baloncieri dell’Alessandria e suo cugino Guglielmo Brezzi, fino a giugno al Genoa e poi passato all’Alessandria. Ma nel turno successivo gli azzurri sono eliminati dalla Francia: non basta il rigore realizzato da Brezzi, poiché i Transalpini segnano tre reti.

Quattro anni dopo a Parigi l’Italia è nuovamente guidata da Pozzo. E’ cambiato il quadro politico: nel 1922 è arrivato al potere il capo del fascismo Benito Mussolini che gradualmente spazzerà lo stato liberale sostituendolo con un regime totalitario. La squadra azzurra affrontò nel primo turno la Spagna. Fu anche la sfida a distanza tra due portieri leggendari: il genoano Giovanni De Prà e lo spagnolo Ricardo Zamora. Vinse l’azzurro: gli iberici andarono a casa con un autogol di Vallana. Protagonisti di quella nazionale erano i genoani Ottavio Barbieri e Luigi Burlando, Umberto Caligaris allora al Casale, Virginio Rosetta della Juventus (questi ultimi due faranno una coppia difensiva strardinaria nella Vecchia Signora) e il mitico centravanti Virginio Levratto allora in forza al Verona. Negli ottavi di finale, la Nazionale elimina facilmente il Lussemburgo 2-0: gol di Baloncieri e del bolognese Giuseppe Della Valle. Negli ottavi si incrocia la Svizzera: segnano prima gli elvetici al 47° con Sturzenegger e risponde cinque minuti dopo Della Valle. Otto minuti dopo Abegglen realizza il 2-1 definitiva che lancia i rossocrociati verso la finale con l’Uruguay che però perderanno.

 

FINALMENTE IL PODIO

Correva l’anno 1928 e i Giochi giungono ad Amsterdam. La formula del torneo olimpico è sempre invariata a eliminazione diretta. Si inizia dagli ottavi di finale dove l’Italia del ct Augusto Rangone si prende la rivincita del 1920 con la Francia con una partita emozionante. Gli azzurri sono sotto di due reti dopo soli 17 minuti. Accorciano le distanze due minuti dopo il centrocampista del Torino Gino Rossetti: pareggiano al 39° Levratto (passato al Genoa o meglio al Genova 1893 com’era denominato nel ventennio fascista) e con Elvio Banchero dell’Alessandria passano in vantaggio. Non è finita qui: i francesi segnano il 3-3. Ma Baloncieri, militante nel Torino, al 60° mette dentro il definitivo 4-3. Nei quarti si incrocia nuovamente la Spagna, ma stavolta in porta ci sono lo juventino (e futuro campione del mondo) Giampiero Combi e Jauregui: il primo incontro non è deciso neppure dall’extra time che termina 1-1, con reti di Zaldua e del solito Baloncieri. Il regolamento allora non prevedeva i rigori, ma la ripetizione della gara. E questa fu un vero trionfo per l’Italia: finì 7-1 con reti di Mario Magnozzi del Livorno, Angelo Schiavio del Bologna, Fulvio “Fuffo” Bernardini dell’Inter, Enrico Rivolta dell’Inter e doppietta di Levratto. La semifinale contro l’Uruguay fu purtroppo sfortunata per quella squadra che aveva un ottimo livello tecnico al pari dei sudamericani. Gli italiani segnarono con Baloncieri e Levratto: gli uruguaiani replicarono con Cea, Campolo e Scarone. Ma nei minuti finali, come racconta il sito Storiedicalcio.Altervista.org, l’Italia è vittima di una palese ingiustizia arbitrale. Levratto, che sarà eletto come miglior giocatore europeo dei Giochi, è atterrato platealmente in area da Canavesi. L’arbitro olandese Eymers non concede il rigore, nonostante le proteste generali. Così agli azzurri non resta che scaricare la propria rabbia sul malcapitato Egitto: finisce 11-3 e conquistano il bronzo, prima medaglia olimpica del calcio italiano. Ecco la formazione di quella gara: Combi, Bellini, Caligaris, Genovesi, Bernardini, Pitto, Baloncieri, Banchero, Schiavio, Magnozzi, Levratto. Riserve: Viviano, Janni, Ferraris, Rivolata, Gasperi, Rossetti, De Prà, Pastore, Pietroboni, Degani, Rosetta. Ct: Rangone.

Nel 1932 a Los Angeles il torneo di calcio non fu disputato, a causa della scarsa popolarità di questo sport negli Stati Uniti: circa 60 anni dopo nel paese a stelle e a strisce cambieranno opinione in merito. Si passa dunque all’edizione del 1936 a Berlino a casa di Adolf Hitler.

 

IL PRIMO E UNICO ORO

Quattro anni prima l’Italia aveva conquistato il titolo di campione del mondo nell’edizione organizzata nel Belpaese. Due anni dopo il ct Vittorio Pozzo deve presentare ai Giochi una squadra diversa da quella che aveva vinto la Coppa Rimet. In Italia, secondo quanto spiega il sito Storiedicalcio.Altervista.org, non esisteva ufficialmente il professionismo. Tuttavia, per evitare qualsiasi problema al riguardo, fu deciso di convocare giocatori iscritti nelle università (Foni, Negro, Scarabello, Bertoni e Frossi) oppure nelle scuole superiori. Gli stipendi dei giocatori sono classificati come assegni di studio. La rosa azzurra è completamente nuova di zecca rispetto a quella del 1934: soltanto due dei convocati, Foni e Rava, parteciperanno e al mondiale del 1938 in Francia e diventeranno campioni del mondo. Era molto particolare Annibale Frossi: era una velocissima ala che però soffriva di miopia. Giocava sempre con gli occhiali: gli conferivano l’aspetto più di un ricercatore universitario che un giocatore di calcio. Fu scoperto da Pozzo mentre era nell’Aquila in serie B. Inoltre, tranne Foni e Rava, nessuno militava nei grandi club della massima serie. Insomma, una Nazionale di tipo sperimentale: la vittoria finale sarà dunque ancor più prestigiosa per il commissario tecnico.

Nonostante fosse guidata dal tecnico iridato Pozzo, la Nazionale arrivò a Berlino senza i favori del pronostico. L’esordio negli ottavi di finale al Poststadion del 3 agosto contro gli Stati Uniti fu molto sofferto. Frossi al 58° toglie le castagne dal fuoco e l’Italia passa al turno successivo, dove incontra il Giappone che aveva a sorpresa eliminato la Svezia. Più che una gara di calcio, quella che si giocò il 7 agosto al Mommsen Stadium (sempre nella capitale tedesca) fu un tiro a bersaglio degli italiani sui poveri giapponesi: 8-0 il risultato finale con tripletta di Frossi, quaterna di Biagi e gol di Cappelli che spalancò le porte alla semifinale. Tre giorni dopo gli azzurri affrontarono la Norvegia allo Stadio olimpico di Berlino che aveva eliminato la Germania con un secco 2-0. Fu una gara molto dura contro un avversario molto forte: Italia in vantaggio dopo soli 15 minuti di gioco nel primo tempo con Negro. Gli scandinavi pareggiano al 58° con l’ala Brustad. Si andò alla roulette dei tempi supplementari: al 96° il solito Frossi realizza il gol che vale la finalissima. Il giorno di ferragosto dell’anno di grazia 1936, sempre all’Olimpico, l’Italia affronta l’Austria ripescata con lo “stratagemma” della ripetizione della gara col Perù nei quarti, motivato a causa dell’invasione di campo da parte dei tifosi sudamericani. I peruviani non vollero giocare la seconda partita e gli austriaci passarono il turno. La finale fu molto equilibrata: quando tutti pensavano che ormai la gara si decidesse ai supplementari, arriva a 20 minuti dalla fine il gol del solito Frossi. Nove minuti dopo pareggia Kainberger: sembrava proprio che occorressero altri due tempi per assegnare l’oro. Invece Frossi nel finale realizza la rete del 2-1 e l’Italia conquista meritatamente il posto più alto del podio.

Ecco la formazione campione: Bruno Venturini (Sampierdarenese), Alfredo Foni (Juventus), Pietro Rava (Juventus), Giuseppe Baldo (Lazio), Achille Piccini (Fiorentina), Ugo Locatelli (Brescia), Annibale Frossi (L’Aquila), Libero Marchini (Lucchese), Sergio Bertoni (Pisa), Carlo Biagi (Pisa), Francesco Gabriotti (Lazio). Riserve: Alfonso Negro (Fiorentina), Luigi Scarabello (Spezia), Giulio Cappelli (Viareggio), Ferrero Giani (non risultano documenti sulla sua appartenenza a club e il nome è ancora dubbio), Carlo Girometta (Piacenza), Adolfo Giuntoli (Vigevano), Mario Nicolini (Livorno), Lamberto Petri (Bologna), Sandro Puppo (Piacenza), Corrado Tamietti (Brescia), Paolo Vannucci (Pisa). Commissario tecnico: Vittorio Pozzo.

Marco Liguori

(Fine quinta puntata)

Ad Code

Editoriale

Musei e hall of fame, luoghi della memoria dello sport

Musei e hall of fame, luoghi della memoria dello sport

Dopo aver trattato dei Giochi Olimpici e delle Paralimpiadi siamo arrivati al terzo mese di attività del nostro Scs Magazine. Nel numero di ottobre parleremo dei luoghi della memoria dello sport: i musei e le hall of fame. Entrambe sono strutture che uniscono il lato storico, sociale e culturale degli eventi e delle società sportive. Nella prima categoria sono iMusei e hall of fame, luoghi della memoria dello sport

Ad Codes Widget

Ad Code